Andrea Segre

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IL PARADOSSO DI ILIA - Incontri lungo il confine greco-macedone




Ho incontrato Ilia a Eidomeni. Sono due nomi che probabilmente non vi dicono nulla, ma che possono aiutarci a capire molto di ciò che ci sta succedendo.
Eidomeni sta 70 km a nord di Salonicco, è l'ultimo villaggio greco prima del confine con la Macedonia. E' da quasi vent'anni uno dei punti di passaggio della cosiddetta rotta balcanica, la via che seguono i migranti asiatici e mediorientali per raggiungere l'Europa. A Eidomeni c'è una grande frontiera con autostrada a 4 corsie e check point di tutto rispetto. Ma di là passano i cittadini normali, molti macedoni, serbi, ma soprattutto greci che amano andare a giocare nei casinò macedoni gestiti dai miliardari turchi. I non cittadini, quelli che per anni abbiamo chiamato “clandestini” e che oggi chiamiamo "profughi", cercano da sempre di passare lungo il fiume, seguendo i binari dell'unica linea che collega Salonicco a Belgrado. I passaggi sono difficili e per anni ci si è riusciti solo grazie all'”aiuto” ben pagato dei passeurs, quelli che noi chiamiamo erroneamente trafficanti. 1500-2000 euro a testa per scappare da Schengen illegalmente, verso la Schengen che conta. Un ironico destino lasciato nelle mani e nelle tasche di passeurs greci, macedoni, albanesi o afghani, non certo attenti al rispetto delle persone, anzi.
Quest'estate la Turchia, sotto pressione dei rifugiati siriani e per esercitare pressione sulla Grecia (che significa Nato ed Europa), ha bloccato i controlli sulle coste e ha lasciato partire centinaia di barche. In migliaia sono arrivati nelle isole greche e la polizia greca, per ridurre la pressione sulle isole e per fare pressione sull'Europa. ha organizzato navi e autobus per aiutare i profughi (gli ex calandestini) a raggiungere i Balcani e l'Europa. Quale strada ha utilizzato? Non quella verso i casinò, ma quella stretta tra binari e fiume. Lì questa estate sono esplose le tensioni con la polizia macedone, impegnata ad usare lacrimogeni e manganelli, e lì oggi c'è un campo profughi gestito da UNHCR, MSF, Croce Rossa e altri, per filtrare il passaggio e evitare scontri. Tutti i “profughi” che arrivano a Eidomeni in autobus (pagato da loro stessi) aspettano ore in mezzo al nulla per transitare nelle tende umanitarie e poi passare in gruppi di 50 dall'altra parte. Al di là trovano altre tende bianche e dopo altre ore di attesa prendono un treno per Belgrado.Da Belgrado sono altri giorni di bus, treni e tende bianche per provare a raggiungere Germania, Austria, Belgio e qualcuno (pochi per ora) l'Italia.



Ho incontrato Ilia in una delle tende bianche del campo di Eidomeni.
"Sono un imprenditore agricolo siriano, mi chiamo Alì, ma voi potete chiamarmi Ilia, è più bello, intanto qui i nomi valgono poco. Guarda come mi hanno registrato al mio arrivo in Grecia - e mostra un foglio dove i suoi dati rispetto al passaporto sono completamente sbagliati - Tutti gli amici con cui sto viaggiando ora mi chiamano capitano, perché quando siamo saliti in barca dalla Turchia, i turchi ci hanno lasciati soli e io ho preso il comando. Per fortuna il mare era piatto e siamo arrivato senza problemi. In Siria fino a due anni fa lavoravo le mie terre, ho studiato agraria all'Università, ma poi ho manifestato insieme a centinaia di amici per libertà e democrazia e Assad mi ha messo in carcere. 18 mesi di carcere, senza vedere mai nessun avvocato, nessun giudice. Quando sono uscito è perché il carcere è stato attaccato e la polizia è scappata. Credevo avessimo vinto, invece fuori ho incontrato pazzi estremisti che mi chiedevano di andare in moschea tutti i giorni. Io credo solo nella terra, sono ateo. Volevo più libertà, non più moschee. Così dopo un po' ho deciso di andarmene. Ho venduto le mie terre e sono andato a Beirut, ho messo i miei soldi in una banca in Libano che mi darà una rendita di 1000 dollari al mese per 3 anni. A Beirut ho cercato di capire come e dove potevo andare per provare ad avere un'altra vita nella speranza di poter presto tornare. L'unica informazione che ho ricevuto è stata di prendere un volo per Smirne e di andare sulla costa che mi avrebbero fatto arrivare in Grecia e poi in Europa. Ci ho provato, ma se avessi potuto con molti meno soldi sarei volato verso il sud Italia o la Sardegna o Siviglia, con i soldi che ho lì posso vivere bene. O anche qui in Grecia, potrei stare a Kabala, è bellissima Kabala. Ma questa scelta non posso farla." "Perché?" "Prima perché non avevo il permesso e ora…ora non so esattamente perché, ma è come se io dovessi stare qui in questa tenda, perché qui sono un profugo e ora in Europa ho questo ruolo. E devo stare con i miei amici, abbiamo viaggiato insieme, sono il loro capitano" E ride, con occhi pieni di luce, ma confusi in quell'imbuto dove migliaia di "profughi" sono incanalati verso l'"Europa". "Dimmi tu, che devo fare? - ride ancora - ho bisogno di consigli, di capire. Qui non ci dicono nulla, ci danno vestiti, cibo, giochi per i bambini, guarda ci sono anche i clown per noi!" E' vero nelle tende bianche esistono non solo i medici, ma anche i clown senza frontiere, Per aiutare i profughi a distrarsi un po'.

"Io sono un imprenditore agricolo con dei soldi in una banca libanese, perché devo fare il profugo? Non so, ma ora sto qui e vado avanti. Che di qui ci fanno passare." Il passaggio si basa su riconoscimento estetico. Qualche ora dopo aver incontrato Ilia cammino verso la frontiera e lo faccio superando i gruppi di 50 ognuno che attendono l'autorizzazione. Un poliziotto mi ferma, dice che devo stare con il mio gruppo, un altro mi guarda meglio e dice al collega che io non sono uno di loro e che posso camminare dove voglio. Ma la frontiera non la posso attraversare lì. La mia è quella a quattro corsie, verso i casinò.

Questo è il paradosso di Ilia. In vent'anni non abbiamo fatto quasi nulla per saper dialogare con quelli che a seconda delle stagioni chiamiamo clandestini o profughi. Abbiamo continuato a gestire emergenze attraverso strumenti impersonali e massificati, siano essi centri di espulsione, di accoglienza, tende bianche o clown. Non sappiamo parlare con Ilia e Ilia non sa come parlare con noi. E se ora la quantità di Ilia intorno a noi sta crescendo non è solo per la guerra, ma anche per colpa di questo paradosso. A Eidomeni c'erano famiglie siriane in fuga, ma anche tantissimi migranti che usano questa porta aperta dall'emergenza in corso perché molte altre sono chiuse o non esistono. Così si concentrano nei luoghi assurdi come Eidomeni, che diventano simbolo della nostra paura e occasione di potere o visibilità per coloro a cui affidiamo la soluzione delle nostre paure.

E' necessario che tutti noi, da chi ha ruoli istituzionali ai semplici cittadini, troviamo strade per conoscere Ilia, in partenza e in arrivo. Anche per questo credo sia fondamentale che i comuni italiani utilizzino in questi mesi una grande opportunità, quella di utilizzare i fondi e le competenze del Servizio Centrale SPRAR per aprire nuovi luoghi di accoglienza, che prima di tutto è conoscenza e preparazione per un cambiamento che non è in arrivo, ma già ampiamente in corso. Domani a Venezia gli esperti SPRAR incontrano gli enti locali del Nord Est per presentare il nuovo bando. Non perdiamo questa occasione. 


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